La fantasia e la macchina. La sfida di Giambattista Vico all’intelligenza artificiale

Le parole e le cose² · By Le parole e le cose · 6 July 2026 · read at the source →

di Andrea Sartori Habitus digitale, rubrica a cura di Italo Testa

[Una versione in lingua inglese leggermente modificata di questo articolo è apparsa sul blog della casa editrice statunitense Felice Mosca (dal nome dell’editore napoletano di Vico)].

L’epoca in cui viviamo è un’epoca vichiana.

Come scriveva Elio Gianturco già nel 1965 – presentando la sua traduzione in inglese del De nostri temporis studiorum ratione (1709) – l’evoluzione delle intuizioni della cibernetica degli anni ’50 avrebbe presto rinnovato la convinzione di vivere in un mondo interamente matematizzato e quantificato (On the Study Methods of our Time, traduzione, Introduzione e note di E. Gianturco, Prefazione di D. P. Verene, Ithaca, Cornell University Press, 1990).

Oggi, l’ambizione che fu di Galileo e Cartesio agli albori della prima rivoluzione scientifica, è portata avanti dagli algoritmi predittivi della AI, dalla riduzione del conoscibile a un assemblaggio di dati, e dal vantaggio che nelle università le discipline STEM sembrano avere sulle scienze umane. È come se, in questi ultimissimi anni d’accelerazione tecnologica, si fosse compiutamente realizzato lo scientismo deprecato da Edmund Husserl nel suo La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale (1936): il sapere, il nostro modo di produrlo, di trasmetterlo, d’insegnarlo, pare proprio non abbia più alcun legame con il nostro mondo-della-vita, con la natura in cui nonostante tutto abitiamo (vita), con i nessi interpersonali di cui abbiamo pur sempre bisogno (mondo).

Tuttavia, a scansare proprio questo tipo di pessimismo, Giambattista Vico ricordava nel XVIII secolo – e ci ricorda oggi – che in tempi di sostenuto sviluppo tecno-scientifico una difesa non di retroguardia dell’umanesimo non solo è possibile, ma inevitabile. Retorico – anzi, metaforico – è infatti l’impulso dell’impresa scientifica, che interseca e pone in dialogo tra loro saperi e tecniche anche abissalmente differenti.

Negli anni della cibernetica delle origini, matematici (Norbert Wiener), neurofisiologi (Warren S. McCulloch), teorici dell’informazione (Claude Shannon) e psichiatri (William R. Ashby) potevano lavorare insieme – in barba all’odierna “frammentazione della conoscenza” (D. P. Verene) – perché anche senza saperlo facevano propria la nozione vichiana di metafora, espressa nel De nostri temporis e nella Scienza Nuova.

Meta-pherein significa trasferire, spostare, proiettare significati da un ambito all’altro – dal sistema nervoso ai numeri e alle equazioni, dal cervello all’informazione, dalle reti neurali ai microchip – non in virtù d’un capriccio arbitrario – sui cui rischi ha gettato luce la cosiddetta “beffa Sokal” (1998) – ma in ragione di quello che Vico chiamava il termine medio d’una relazione. In quest’ultima, gli estremi – la mente umana e la macchina, l’AI e il cervello d’un essere vivente – possono certo comunicare tra loro, ma ciò non significa che essi siano strutturalmente la stessa cosa (come il transumanesimo di Ray Kurzweil e delle frange più apocalittiche della Silicon Valley vogliono farci credere).

Il meccanismo di feedback, ovvero la possibilità d’auto-correzione che caratterizza i sistemi meccanici agli albori della AI, quelli digitali più avanzati di oggi, e gli organismi viventi, è il vichiano termine medio, che rende possibile la ricerca scientifica comparata nei diversi ambiti. Tuttavia – e questo è il punto centrale, segnalato dalla teoria di Vico sull’origine corporea della favella (linguaggio) – per un essere umano, colpire o proteggere un obiettivo con un drone guidato dalla AI non è la stessa cosa, mentre la è per il drone lasciato a sé stesso. L’essere umano è un corpo che si ferisce e muore, il drone è un dispositivo che si rompe. Il linguaggio umano esprime – dalle viscere del bíos – sorpresa, terrore, sogno; quello di ChatGPT, DeepSeek e Calude simula tutto questo senza esservi incarnato.

Ritracciare la natura metaforica – corporea e comparativa – della AI, significa pertanto riportare quest’ultima nella sfera discrezionale d’una vita che richiede protezione, non in quella d’un determinismo tecnologico, che faccia a meno d’affrontare eticamente il nesso d’innovazione e responsabilità, ovvero il problema normativo posto dalla AI.

Da tanti punti di vista, incluso quella della normatività, l’AI chiede – anzi, esige – dagli esseri umani un surplus di creatività, di fantasia – direbbe Vico. Questa è la capacità di scovare nessi inaspettati tra ambiti disciplinari distanti, ovvero un’inclinazione alla metafora che proprio l’università di oggi dovrebbe sollecitare negli studenti, assecondandone la primigenia curiosità, invece di scavare il fossato compartimentale (‘dipartimentale’) tra cultural studies e scienze.

D’altra parte, cos’è l’intelligenza artificiale – che John McCarthy battezzò nel 1956 alla conferenza di Dartmouth – se non un affascinante adynaton, una figura retorica dell’impossibilità, del desiderio di far combaciare l’intelligenza umana – irriducibilmente biologica, incarnata – e l’artificio d’una macchina, d’un programma, d’un codice binario?

Quel che Vico c’insegna oggi, è una disciplina dello sguardo. Grazie a lui, possiamo guardare ai prodotti più inquietanti della tecnologia, precisamente come a dei ‘prodotti’: verum ipsum factum. Proprio perché l’AI è, in senso stretto, impossibile, essa ci parla – continua a parlarci – di noi, di noi umani, della nostra fantasia (anche linguistico-metaforica) e delle nostre aspirazioni.

In questo senso, come mettono in guardia anche alcuni dei settori più ‘umanistici’ delle neuroscienze (ad esempio, Vittorio Gallese), anziché fornire il pretesto per ‘meccanizzare’ l’umano, l’AI fornisce l’occasione di comprendere il virtuale – l’ombra – alla luce del corpo che la genera, e di ripotare i dati, i bit dell’informazione, i prompt delle nostre conversazioni solitarie, a quell’eccesso di vita in azione e immaginazione che li produce e li sostiene.

Y done · S save · G great · B bad · N not for me