Come le viole in “Soave sia il vento”. Riflessioni intorno a “Primo Levi controtempo. Una lettura politica” di Emanuele Zinato
di Mauro Sambi [1]
Io non invento niente, nella partitura c’è già tutto: basta scoprirlo e trovare il modo di realizzarlo.
Riccardo Muti su Così fan tutte di Mozart[2]
1. Pubblico queste note, con la dovuta umiltà, da lettore e solo da lettore. Un lettore che per caso è un chimico, come lo fu Levi, ma che ha sempre inteso e vissuto la letteratura in senso forte, come un presidio salvavita – vita individuale e vita collettiva. Un presidio, pertanto, anche eminentemente politico. Mi induce a farlo il dibattito acceso e non sempre del tutto limpido che l’ultimo libro di Emanuele Zinato sta innescando, nella speranza che uno sguardo dall’esterno possa aggiungere qualche elemento non del tutto inutile alla discussione. Mi riferisco a Primo Levi controtempo. Una lettura politica (Quodlibet, 2026, pp. 200, 11.40 €)
Intanto: perché – fin dal titolo – controtempo? Lo chiarisce in esergo la definizione del lemma tratta da un dizionario, ben nota agli appassionati di musica: «l’inserimento nel canto fondamentale di una voce che si scandisce non nei tempi forti della misura ma nei deboli, con effetto di contrasto ritmico con le altre voci». Ma al primo significato ne segue subito un altro, al quale, invece, non tutti pensano di primo acchito: «Nella scherma, ogni azione esercitata allo scopo di annullare un’uscita in tempo dell’avversario».
Forti, deboli, contrasto, azione, annullare, avversario. L’urgenza attualizzante e propriamente politica, resistenziale, del nuovo libro di Zinato è già evidente in questa costellazione di parole. Ed è subito dichiarata, con la chiarezza cristallina e perentoria tipica della sua cifra espressiva, nell’introduzione:
Molto di ciò che la scrittura di Primo Levi ha messo a tema ritorna ora, trasfigurato e spettrale: l’Europa risponde con il riarmo al collasso della globalizzazione; ai palestinesi di Gaza è stato inflitto il trattamento riservato dai tedeschi agli insorti di Varsavia; ai bisogni elementari dei migranti si oppongono il razzismo, il filo spinato, le deportazioni e gli annegamenti. La «tregua» è davvero finita: la legge del più forte è esibita come ideologia e come risorsa economica e il diritto internazionale e la diplomazia sono esautorati, di nuovo, in nome della guerra. (p. 11)
E ancora: «Questo libro è un tentativo di riattivare alcuni dei significati più indocili dell’opera di Levi, inibiti dalle retoriche neoliberali e interdetti dal loro attuale esito militare e autoritario». (p. 13) E poi ribadita in conclusione: «Si è scelto di commisurare implicitamente la grandezza e la reattività dell’opera di Primo Levi all’orizzonte di guerra e di sopraffazione nostro contemporaneo». (p. 173)
Ciò che innanzitutto colpisce nell’approccio di Zinato all’opera di Levi è la densità del discorso critico, la sua, direbbe un chimico, straordinariamente elevata valenza coordinativa. La capacità, cioè, di attraversarne con agilità una larga parte dell’opera in estensione e in profondità, correlando e ordinando in maniera significativa un’immensa mole di osservazioni “sperimentali”. Osservazioni, cioè, puntigliosamente documentate con riscontri nei testi e organizzate intorno a tre nuclei significanti: «il riscatto del lavoro, l’avventura dell’insurrezione, il transito negli spazi aperti d’Europa». (p. 13) Si tratta, per dirlo con le parole che lo stesso Zinato usa scrivendo di Levi, di «un acuminato saggismo meditativo e diagnostico» (p.14), fondato, quasi per virtù mimetica, (e sono sempre parole di Zinato sullo stile di pensiero di Levi) «sul coraggio delle distinzioni, sulla valorizzazione arguta del dettaglio e sulla demolizione della pigrizia mentale e dei luoghi comuni». (p. 20)
2. Dei temi che questi tre centri di gravità animano lungo orbite che si intersecano, quello che forse oggi può trovare maggiore resistenza presso i lettori, anche i più avvertiti e meno ideologicamente ostili, è il secondo: «l’avventura dell’insurrezione». È quello in cui è fatta emergere «la parte più felicemente indocile, contraddittoria e ricca di forza argomentativa e di libertà immaginativa nei testi di Primo Levi», vale a dire «quella che porta il lettore a incamminarsi nel territorio aperto, impervio e tragico della ribellione». (p. 73)
Di questa resistenza ho percepito qualche traccia nelle reazioni di alcuni miei interlocutori che hanno letto il libro e di cui ho grande stima (ma da ultimo e in negativo, purtroppo, anche in qualche attacco sopra le righe a mezzo stampa) ed essa è, a mio modesto parere, la prova della vera novità di questa particolare acquisizione critica del lavoro di Zinato, una novità in grado di contrastare il rischio sempre incipiente di monumentalizzazione – e dunque di neutralizzazione, di riduzione a innocuo “santino” – della figura di Levi.
Scrive, a questo proposito, Zinato: «I racconti leviani d’invenzione e le poesie […] traducono in immagini aspetti e problemi inerenti la Resistenza e la violenza politica non amministrabili dalla macchina mitologica oggi egemone, anti tragica, destoricizzante e vittimaria». (p. 105) Macchina mitologica che, infatti, prontamente reagisce – come del resto bisognava attendersi – tramite i tecnici guardiani deputati alla sua manutenzione. I quali, tuttavia, quando si spingono fino all’accusa infamante di “falsificazione”, hanno, o dovrebbero avere, l’onere della prova fondata sui testi.
Quando, nel 1983, la EMI pubblicò il Così fan tutte di Mozart diretto da Riccardo Muti al Festival di Salisburgo dell’anno precedente, fecero scalpore il rilievo dato al tema delle viole nella coda del terzettino Soave sia il vento e il bellissimo effetto di illuminazione psicologica dei personaggi che ne scaturiva. Nessuno mai l’aveva fatto sentire a quel modo, eppure stava lì, nella partitura, da quasi due secoli: «bastava scoprirlo e trovare il modo di realizzarlo». Un buon direttore d’orchestra crea interpretando, non inventando.
Non molto diverso è il ruolo del buon critico. Di fatto, Zinato non inventa nulla, ma si limita a illuminare parti dell’opera leviana rimaste finora piuttosto in ombra nel discorso critico che la riguarda, fondando attentamente ogni proposta interpretativa su abbondanti rilievi testuali. Sono proposte che a quel discorso critico si aggiungono, ovviamente senza pretese sostitutive o di esaurimento, contribuendo ad arricchirlo. Del resto, tale è la forza dei classici. Quando invece leggiamo: «ogni volta che “attualizza” Zinato azzarda affermazioni irricevibili, ad esempio quando cerca in Levi gli argomenti contrari a chi “ha voluto confondere comunismo e nazismo sotto la categoria del totalitarismo”»,[3] si vorrebbe chiedere, a chi formula un giudizio tanto perentorio, quali siano i punti di appoggio testuali sul quale è fondato. Perché un lettore meno che superficiale di Levi, il quale fu maestro insuperato di distinzioni, tali argomenti è in grado di trovarli nei testi con facilità e abbondanza, e senza mettere in alcun modo in discussione la sua condanna della barbarie concentrazionaria dei Gulag sovietici, anzi, in primo luogo proprio là dove ne discute. Fortunatamente Levi, anche grazie alla sua formazione scientifica, è del tutto impermeabile alle rozze semplificazioni binarie che sono la scabbia dell’odierna “comunicazione”. Basti un solo esempio. A pochi mesi dalla morte, in un intervento che andrebbe citato integralmente, Levi scrive:
Che «il Gulag fu prima di Auschwitz» è vero; ma non si può dimenticare che gli scopi dei due inferni non erano gli stessi. Il primo era un massacro fra uguali; non si basava su un primato razziale, non divideva l’umanità in superuomini e sottouomini: il secondo si fondava su un’ideologia impregnata di razzismo. Se avesse prevalso, ci troveremmo oggi in un mondo spaccato in due, «noi» i signori da una parte, tutti gli altri al loro servizio o sterminati perché razzialmente inferiori. […]
È bensí vero che nei Gulag la mortalità era paurosamente alta, ma era per cosí dire un sottoprodotto, tollerato con cinica indifferenza: lo scopo primario, barbarico quanto si vuole, aveva una sua razionalità, consisteva nella reinvenzione di un’economia schiavistica destinata alla «edificazione socialista». Neppure dalle pagine di Solženicyn, frementi di ben giustificato furore, trapela niente di simile a Treblinka ed a Chełmno, che non fornivano lavoro, non erano campi di concentramento, ma «buchi neri» destinati a uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere ebrei, in cui si scendeva dai treni solo per entrare nelle camere a gas, e da cui nessuno è uscito vivo. I sovietici invasori in Germania dopo il martirio del loro Paese (ricordate, fra i cento dettagli, l’assedio spietato di Leningrado?) erano assetati di vendetta, e si macchiarono di colpe gravi, ma non c’erano fra loro gli Einsatzkommandos incaricati di mitragliare la popolazione civile e di seppellirla in sterminate fosse comuni scavate spesso dalle stesse vittime; né del resto avevano mai progettato l’annientamento del popolo tedesco, contro cui pure nutrivano allora un giustificato desiderio di rappresaglia.
Nessuno ha mai attestato che nei Gulag si svolgessero «selezioni» come quelle, piú volte descritte, dei Lager tedeschi, in cui con un’occhiata di fronte e di schiena i medici (medici!) SS decidevano chi potesse ancora lavorare e chi dovesse andare alla camera a gas.[4]
Ed è, ugualmente, piuttosto facile dimostrare che tale distinzione si salda con la severa critica della vittima che Zinato evidenzia in più parti dell’opera di Levi, a partire da Se questo è un uomo. Ai numerosi passi che egli cita, conviene accostare anche la recensione di Levi ai Racconti della Kolyma del reduce dal gulag Varlam Šalamov (le sottolineature sono mie):
Duole dirlo, e non è una scoperta: il terrore e l’isolazionismo staliniani trasmettono la loro infezione paralizzante anche ai loro testimoni ed ai loro contestatori. Come si è accennato, uomini quali Šalamov meritano comunque il nostro rispetto, ma la loro statura è inferiore a quella dei loro corrispettivi che hanno combattuto il terrore hitleriano, o che oggi denunciano i delitti compiuti in Asia e in Africa dalla civiltà occidentale. […] Šalamov, in qualche modo, testimonia piú di quanto vorrebbe, piú di quanto sa di testimoniare, proprio grazie alle sue insufficienze e frustrazioni, al suo essere vittima gratis. Non spera altro che la cessazione delle sue sofferenze, non ha una stella a cui tendere. La sua disperazione, del resto dignitosa e contenuta, non finisce con la liberazione: è la disperazione muta di chi si sente distrutto e non crede piú in nulla, di chi ha logorato in decenni di inutile pena ogni ragione politica, anzi, ogni ragione di vita. [5]
Chiosa Levi: «Paradossalmente, la debolezza di questi racconti dimostra […] come mezzo secolo di disinformazione forzata possa snervare un’opposizione piú del ben piú feroce ed efficace terrore hitleriano». Per Levi non tutti i gatti sono bigi, non appena li si illumini con la luce della storia e della razionalità discriminante. E lo dimostra una volta di più esplicitando le ragioni per le quali ha scritto La tregua:
[…] ho scritto La tregua nel ’61-’62, quando era appena crollato il mito della Russia monolitica, della Russia paese del socialismo, della Russia perfetta, paradiso secondo i comunisti e inferno secondo gli americani, o secondo i nostri democristiani.
Erano due visioni talmente manichee, talmente assurde, sia l’una sia l’altra, che mi sembrava molto importante raccontare la Russia così come l’avevo vista io; e l’ho raccontata, com’era e com’è tuttora, vorrei dire, perché ci sono tornato di recente, ed è proprio così. Cioè, non è certamente un paradiso come la propaganda comunista voleva far credere allora, e non era neppure un paese di forzati. Era un paese abitato da gente diversa dagli italiani, non poi tanto diversa, con un loro disordine molto pittoresco, con alcune caratteristiche divertenti, esilaranti qualche volta, altre volte noiose; e certamente un paese che val la pena di essere descritto in qualche ritratto veritiero. È stato questa una delle cose che mi ha spinto a scrivere, cioè di raccontare, di ristabilire una verità abbastanza luminosa su un paese sottoposto a dilaniamento ideologico da parte della stampa nostra, da una parte e dall’altra. E dire che siccome sono stato l’anno scorso, o due anni fa, in Russia, ho notato che quegli aspetti caotici e anarchici che a quel tempo avevamo attribuito alla situazione, sono invece permanenti.[6]
In una intervista di parecchi anni dopo Levi dice al suo interlocutore:
La tregua dà un’immagine abbastanza positiva dei russi, perché ci hanno trattato bene, ci hanno liberato e poi sono stati molto umani, soprattutto i bassi livelli, i soldati dell’Armata Rossa, perché noi vivevamo con loro, avevamo la stessa razione e abitavamo le loro caserme.[7]
Giudicherà il lettore di questi passi – e, soprattutto, de La tregua nella sua interezza – se Zinato, quando scrive che Levi «ha saputo raffigurare la vittoria russa contro il fascismo come un immenso caos vitale e festoso» meriti di essere trattato come un volgare falsario. E giudicherà anche se in tutto il libro ci sia una sola frase intesa ad affermare che Levi abbia voluto – nientemeno! – abbattere l’economia di mercato. È, questa sì, una vera e propria falsificazione delle tesi di Zinato. Il quale, per altro, come è stato sottolineato molto opportunamente da Sergio Bozzola,[8] mette in guardia contro «l’enfasi sulla biografia intima dell’autore nella lettura di un’opera», che «finisce per oscurarne l’autonomia, la ricchezza polisemica e il valore formale». (p. 94)
3. Per un chimico, uno dei fili più suggestivi e fertili che attraversano e uniscono i tre nuclei tematici del libro è senz’altro la dialettica tra ordine e caos. Variamente declinata: l’ordine mortifero del Lager contro il disordine moralmente borderline del furto e dell’arte di arrangiarsi nel Lager, che però implica anche la nobiltà del lavoro artigianale fatto con perizia e non alienato; l’ordine costrittivo e della fabbrica «governato da una retorica amministrativa e commerciale» (p. 47), contro il disordine creativo e anarchico del laboratorio chimico; il disordine eterogeneo, caoticamente vitale e vagamente alieno, un po’ folle e un po’ scalcagnato delle truppe sovietiche, contro l’ordine gelidamente geometrico e infallibilmente letale delle forze naziste; fino alla linea più sfuggente e aporetica, vale a dire le «numerose figure di paralisi del senso, in cui lo sgomento, la solennità tragica e la spirale si sostituiscono alla fiducia nel capire, all’ironia arguta e alla progressione». (p. 31)
Voglio tuttavia soffermarmi un po’ di più su quello che a mio parere è il vero centro di gravità implicito del libro, la luce che lo illumina dal profondo e conferma che la sua scommessa di voler essere un testo politico e attualizzante è fondata e vinta, il “tema delle viole”, per restare nella metafora mozartiana, scoperto e fatto affiorare da Zinato. È il tema – di urgenza pressante, ineludibile – della speranza.
Il termine-chiave “speranza” compare 31 volte nella redazione definitiva del libro, tra testo e note, dalle prime alle ultime pagine. È evocata inizialmente per negazione, citando il passo da I sommersi e i salvati in cui Levi richiama la «rivelazione brusca […] talmente dura da far crollare la capacità di resistere» sperimentata all’ingresso nel Lager:
Si entrava sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano; c’erano invece mille monadi sigillate, e fra queste una lotta disperata, nascosta e continua. (I sommersi e i salvati, OC II, 1165). (p. 28)
Zinato osserva che qui si apprezza «in absentia, la natura progettuale e antropologica della speranza nella saggistica di Levi, vale a dire il desiderio propriamente umano di trascendere l’ordine dato». E in nota aggiunge:
Una delle «opposizioni fondamentali, iscritte “d’ufficio” nel destino di ogni uomo cosciente» per Levi è l’antitesi «speranza-disperazione» (La ricerca delle radici, OC II, 9). Nel saggismo narrativo leviano la spes «ragionevole» (OC II, 27) si configura, similmente a quanto accade nel pensiero di Ernst Bloch, come un «atto orientativo di specie cognitiva», un «sogno a occhi aperti» indispensabile per il trascendimento di una condizione coercitiva che si dà come invalicabile. (p. 29)
Questo filo è poi portato a evidenza nelle opere a più forte andamento narrativo e finzionale (rispettivamente La tregua e Se non ora, quando?), dove al “principio speranza” «viene riconosciuto uno spazio decisamente affermativo» (p. 29) e dove esso si unisce al tema della rivolta e del disordine, del «vagabondaggio ai margini della civiltà». «Il contenuto di verità di Se non ora, quando? (1982)» scrive Zinato, «riguarda […] la storia dell’umanità come lotta per la libertà e, a un tempo, come speranza di cooperazione». (p. 110) E ancora, a proposito de La tregua:
«Guerra è sempre, l’uomo è lupo all’uomo: vecchia storia » (OC I, 340): eppure, lungo il tragitto narrato nel libro, il lettore ha l’impressione che innumerevoli stratagemmi della speranza, in forza del «Caos primigenio» e delle sue declinazioni corali e concrete, sbuchino ovunque a mantenere viva l’immagine di una forma di esistenza possibile, non ingiusta e non amministrata e che la stessa impossibilità di legittimare l’utopia non ne decreti la morte, ma raggiunga in absentia «lo scopo negativo di renderci più consapevoli del nostro imprigionamento mentale e ideologico» [Fredric Jameson, Archaeologies of the Future. The Desire Called Utopia and Other Science Fictions, Verso, London 2005, p. XIII]. (p. 147)
La speranza di Levi è sempre figlia del «separare, pesare e distinguere»[9] del chimico, non è mai ingenua, non è la melensa e, in fondo, egoista e dunque disumana cecità selettiva al male di certa speranza devozionale, dispensata con stolido ottimismo d’ufficio. La sua è una speranza “ragionevole” e “sottile” e dunque pienamente consapevole del peso immenso di tutto ciò che la contraddice e può, in ogni istante, annientarla. Ma non è neppure obliterata con maligna soddisfazione (o con la debolezza imputata a Šalamov), come accade nei professionisti del pessimismo ritratti da Claudio Magris in un celebre intervento sul «Corriere della Sera» del 28 novembre 1982, e che da allora sono sempre più proliferati. Scriveva Magris:
Il compiaciuto parassita del disagio – una figura d’intellettuale oggi assai frequente – è altrettanto lontano dalla verità di quel disagio quanto lo è lo spirito olimpico che continua imperturbabile a proclamare la sua fede nel senso e nella razionalità della storia e a ignorare ogni perturbamento. La negazione assoluta, che sguazza continuamente tra le contraddizioni dell’esistenza e della cultura, e ne ostenta il delirio, anziché cercare di capire umilmente quella giostra di beni o di mali che ogni giorno reca con sé, si crea una comoda nicchia ed elude il confronto con la complessità del reale, che la costringerebbe a dubitare delle proprie certezze negative, della propria metafisica rovesciata.
Levi non elude mai il confronto con la complessità del reale. Sa che il nichilismo è un fenomenale strumento di conservazione dello status quo. Come ha osservato Giovanni Raboni stroncando Il contesto di Sciascia, «niente è più tranquillizzante, […] di una previsione così accuratamente e genericamente catastrofica da far escludere, “in buona fede”, che ci si possa fare qualcosa. Il pessimismo sa essere, molte volte, il miglior alleato della cattiva coscienza».[10]
Mi pare utile accostare la postura di Levi, quando testimonia e ragiona sull’esperienza del Lager, a un passo di commento di Elias Canetti ai Disastri della guerra di Goya:
Dopo il Cristo di Grünewald, nessuno aveva rappresentato l’orrore come lui, senza migliorarlo di un filo rispetto alla realtà, ripugnante, opprimente, più sconvolgente di qualsiasi profezia e tuttavia senza soggiacervi. La coercizione che esercitava sul riguardante, la direzione ineludibile che imprimeva ai suoi occhi, era l’ultimo brandello di speranza, anche se nessuno avrebbe osato chiamarlo così».[11]
In una delle sue ultime interviste, uscita in Ungheria nel 1985 e solo postuma in italiano, su «La Stampa» del 5 giugno 1992, alla domanda dell’intervistatrice (Lei è un uomo ottimista?), Levi risponde così:
Diffido delle etichette. Personalmente, ho giorni di ottimismo e giorni di pessimismo, ma quando sono pessimista preferisco non scrivere: perché ne ho poca voglia, ma anche per non infettare del mio pessimismo i miei lettori. Cerco di essere ottimista, e ci riesco abbastanza spesso: in fondo, il ricordo della mia salvazione «miracolosa» non si è cancellato, e tendo a pensare che anche dalle difficoltà più gravi ci può essere una via d’uscita. Il pessimismo conduce all’inazione, e perciò è socialmente nocivo. Si può ritenere che il mondo vada in rovina, ma è bene, è morale, comportarsi come se si conservasse una speranza. Anche la speranza, come la disperazione, è contagiosa: chi spera, o mostra di sperare, fa un dono al suo prossimo, ed inoltre contribuisce ad impedire o ad allontanare la rovina del mondo in cui vive. [12]
La speranza, anche solo simulata, per Levi è un dovere morale. Che si traduce, nella sua scrittura, in una scelta insieme estetica ed etica ben riassunta da un’osservazione di Giuseppe Pontiggia, che vale, in negativo, per tanta scrittura di oggi: «Non basta riprodurre naturalisticamente la realtà, quando è tremendamente mediocre. Bisogna pensarne un’altra».[13]
Non mi pare arbitrario concludere queste note rievocando uno dei numi tutelari di questo libro di Zinato, che infatti vi è nominato una trentina di volte: Franco Fortini. Lo faccio con i versi finali di una sua poesia molto nota che compare in Paesaggio con serpente, del 1984, ma che è datata 1958, Primavera Occidentale:
Mai così è stata in noi definitiva la certezza che scelta non c’è più
se non tra minimi eventi, variabile lume
su tetti e insegne colorate. Il senso esiste
e lo conosceranno. Così speriamo. Vedi, anzi:
questa certezza è l’ombra del paesaggio.
Il “contagio” della speranza “ragionevole” va da quella iniziale certezza definitiva della paralisi della libertà e del senso nel nessun luogo e nell’asfittico adesso di una illusoria “fine della storia”, alla improvvisa constatazione che il senso esiste (presente) e che quelli che verranno lo conosceranno (futuro). Quella constatazione è, ora, in realtà “solo” una speranza. Ma l’affiorare della speranza è subito più che una speranza; è, anzi, una certezza che apre a una possibilità di futuro liberato, vale a dire a una possibilità di senso non illusorio.
Ancora con le parole di Zinato: «La fine della speranza che ha segnato la nostra condizione sociale lascia il lettore attonito o sordo davanti a questa costellazione politica e morale sottesa ai libri di Levi». (p. 177) «La categoria della speranza, “ragionevole” (OC II, 27) o “sottile” (Pagine sparse 1947-1987, OC II, 1279), è quanto di meno atteso nella lettura delle sue opere. Eppure, è da lì che occorre partire, da quella prospettiva controtempo, reattiva e relazionale, evocata per paradosso nel cuore stesso della distruzione». (pp. 173-174) Note
[1] Questo testo rielabora e integra quanto detto in occasione della presentazione al volume Primo Levi controtempo. Una lettura politica (Quodlibet, 2026) promossa a Padova dalla Biblioteca Beato Pellegrino di Studi Letterari, Linguistici, Pedagogici e dello Spettacolo il 4 giugno 2026.
[2] https://www.andreaconti.it/muti_02.html#
[3] Paolo Febbraro, Primo Levi nella cruna di un ago, «Il Sole 24Ore», 14 giugno 2026.
[4] Ne «La Stampa», 22 gennaio 1987, pp. 1-2; ora in Opere Complete (OC) vol. ii, a cura di M. Belpoliti, Torino, Einaudi 2016 (d’ora in poi: OC II), pp. 1664-1665.
[5] In «Tuttolibri», ii, n. 37, 25 settembre 1976, p. 2; ora in OC II, p. 1388.
[6] Marco Pennacini, Dal fascismo ad Auschwitz c’è una linea diretta, intervista del giugno 1973, trascrizione dai nastri originali, OC III, 989.
[7] Carlo Palladini, A colloquio con Primo Levi, intervista del 5 maggio 1986, OC III, 677.
[8] https://laletteraturaenoi.it/2026/06/17/allegoria-forma-alterita-politica-primo-levi-controtempo-di-emanuele-zinato/
[9] In: Ex chimico, ne L’altrui mestiere, OC II, p. 811.
[10] Giovanni Raboni, Amarezze poliziesche, «Quaderni Piacentini», XI, 46, marzo 1972, pp. 191- 2; ora in Meglio stare zitti? Scritti militanti su letteratura cinema teatro, a cura di Luca Daino, Milano, Mondadori, 2019.
[11] Elias Canetti, Il gioco degli occhi, Milano, Adelphi, 1985, p. 342.
[12] Vera Székács, Conversazione con Primo Levi, pubblicata nell’ottobre 1985 in Ungheria, ripresa da «La Stampa» del 5 giugno 1992, ora in OC III, 779-787; il brano riportato è a p. 785.
[13] Giuseppe Pontiggia, Scheda editoriale su Un viaggio a ritroso di Guido Nahum, in: «Un libro che divorerei». Pareri di lettura, a cura di Daniela Marcheschi, Venezia, Palingenia, 2024, p. 155.