Il bando per il Teatro Ringhiera: lavoro sociale e borderò

Ateatro · By Mimma Gallina · 15 June 2026 · read at the source →

Mentre ATIR festeggia i suoi trent'anni

Sono passati (solo) nove anni dalla chiusura nell’ottobre 2017 e dopo vari stop and go ai cantieri sono (forse) in dirittura d’arrivo i lavori di ristrutturazione del Teatro Ringhiera. Il Comune ha dunque lanciato il bando per la ricerca di un nuovo gestore.

L’assessore Sacchi ha dichiarato che si tratta di

Un altro importante passo verso la riapertura dello storico spazio nel quartiere Abbiategrasso, che aprirà per la stagione teatrale 2027/28.

Analizzare questo avviso è un’ulteriore occasione per riflettere sulle politiche culturali del Comune di Milano (e in generale della pubblica amministrazione) per le periferie.

Quanto costa affittare il Teatro Ringhiera per 12 anni?

Al termine dei lavori, lo spazio sarà più articolato e funzionale di come lo avevamo conosciuto nei dieci appassionati anni di gestione da parte della compagnia ATIR.

Ateatro ha seguito con attenzione lo sviluppo del progetto di ATIR al Teatro Ringhiera, che proprio nel 2017 era stato scelto tra le buone pratiche al convegno Futuro Periferie. La cultura rigenera, organizzato dalla Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane del MiBACT (vedi L’avventura del Teatro Ringhiera: dalla desolazione della Piana alla nascita del teatro, dalle attività nel quartiere allo sfratto. A cosa serve un teatro nella periferia Sud di Milano di Serena Sinigaglia).

Alla sala storica, che avrà 232 posti, si sono aggregati i locali confinanti: oltre al teatro (palco, platea, ballatoio, con regia, passaggi e bagni), gli spazi oggetto del bando sono il foyer, che include caffetteria/punto ristoro, un locale Open Space, tre uffici, laboratori scenografici, sartoria, falegnameria, deposito scenografie (100 mq). In tutto sono 1445 metri quadri. La durata della concessione è di 12 anni.

Il Comune sembra attribuire al Ringhiera un ruolo emblematico:

Nel quadro della valorizzazione degli spazi di proprietà comunale, l’Amministrazione Comunale intende valorizzare il Teatro Ringhiera come punto di riferimento culturale e sociale della periferia sud della città, confermando la sua funzione storica di luogo di incontro e partecipazione.

Il presente Avviso è volto a individuare un operatore teatrale qualificato capace di proporre programmazioni artistiche di qualità coniugando eccellenza, innovazione e radicamento territoriale, in grado di attivare processi partecipativi e di co-progettazione e rafforzare la coesione sociale. L’intento è quello di affiancare l’attività teatrale ad azioni a valenza socio-culturale, in modo tale da restituire al Teatro Ringhiera il suo ruolo di presidio territoriale coinvolgendo in modo proficuo le associazioni di Municipio e la comunità cittadina al fine di promuovere una gestione culturale partecipativa di rilevante qualità artistica.

Nonostante finalità pubbliche così ben precisate, si tratta pur sempre di patrimonio e dunque l’amministrazione ritiene che debba produrre un reddito adeguato. Non è l’unica visione possibile. Ateatro ne ha discusso spesso e in più occasioni: vedi l’edizione delle Buone Pratiche dedicata ai nuovi spazi, con il modello napoletano dell’Asilo Filangeri, la riflessione intorno al Teatro Valle “bene comune” e l’edizione delle Buone Pratiche dedicata alle funzioni e alla gestione dei teatri comunali, che partendo dalla funzione pubblica e sociale degli spazi culturali prevedono diverse modalità di gestione (e di rapporto con la pubblica amministrazione).

La politica del Comune di Milano è evidentemente diversa: ma in una città dove il modello di sviluppo si fonda sulla valorizzazione del patrimonio immobiliare la questione della sostenibilità economica dei progetti culturali diventa cruciale. Quando arriva la speculazione immobiliare, gli spazi culturali indipendenti sono i primi a trovarsi in difficoltà: basta ricordare la chiusura del Teatro i nel 2022 e più di recente lo sgombero del Centro Sociale Leoncavallo, la chiusura di librerie come la storica Hoepli (dopo 156 anni), la Giunti di via Vitruvio (ex Rusconi, ex Lirus) o dello Spirit de Milan. In questa ottica, a un livello più alto, risultano esemplari anche la mega speculazione sullo stadio di San Siro (vedi Le ragioni di una disfatta: l’8 settembre del calcio italiano) e le ricorrenti polemiche sugli affitti dei locali in Galleria Vittorio Emanuele.

L’aspetto economico è dunque cruciale per il progetto del nuovo Ringhiera. Il prezzo di locazione annua è stimato in 86.700,00 euro, ovvero 60 euro al metro quadro: una valutazione che si basa sul valore di mercato massimo indicato nel Bollettino della Camera di Commercio, con riferimento la categoria “Laboratorio” ritenuta coerente con le funzioni culturali (a Milano negli ultimi anni il mercato immobiliare è schizzato verso l’alto). Il canone effettivo sarà determinato dall’esito della procedura di gara (chi offre di più?), ma in caso di soggetti senza scopo di lucro si prevede la riduzione del canone del 70 per cento.

Non si tratta solo di pagare un affitto al Comune. Si rendono necessari interventi integrativi che riguardano arredi e finiture, impianti scenotecnici, oltre all’allestimento della caffetteria/punto ristoro eccetera. Questo investimento costituirà uno degli elementi di valutazione nell’assegnazione dello spazio, su cui i potenziali candidati non possono nemmeno effettuare un sopralluogo. Infatti “a causa del cantiere in corso (…) per motivi di sicurezza; l’Immobile sarà visitabile a lavori ultimati”. E, considerando la storia del cantiere, non è tranquillizzante leggere che

Il Comune di Milano consegnerà al Concessionario gli spazi come individuati negli elaborati grafici allegati, fatto salvo quanto potrà emergere a seguito dell’ultimazione degli interventi di riqualificazione e valorizzazione attualmente in corso. Si precisa pertanto che la configurazione e la distribuzione degli ambienti potrebbero risultare modificate rispetto a quanto rappresentato negli elaborati progettuali, in conseguenza di eventuali adeguamenti o varianti intervenuti durante l’esecuzione dei lavori, pur rispettando l’assetto originario del progetto.

In ogni caso ai candidati che, oltre a tutto il resto, si saranno impegnati ad attuare questo investimento “al buio”, sarà consentito “svincolarsi senza oneri dalla propria offerta dopo 365 giorni dalla presentazione della stessa in caso di mancata aggiudicazione entro detto termine”. I tecnici mettono le mani avanti, forse l’assessore Sacchi è stato ottimista.

Cultura, welfare e spettacoli tutti i giorni

Questo è l’aspetto finanziario. Poi c’è quello culturale.

I candidati devono avere naturalmente esperienza nel settore teatrale, ma anche in attività a valenza socio-culturale: “la capacità di coniugare la produzione teatrale con finalità sociali e culturali”

Gli estensori del bando (coté cultura) hanno davvero a cuore la funzione pubblica di quel “presidio”, tanto che sentono la necessità di precisare che

La Proposta artistica si configura come un progetto culturale integrato volto a rafforzare l’identità artistica e sociale della città di Milano, promuovendo inclusione, partecipazione attiva e valorizzazione del patrimonio culturale locale.

Il bando entra nel merito delle azioni necessarie per essere all’altezza di questa missione. Riprendendo titoli e qualcuna delle indicazioni molto dettagliate per la proposta artistica:

Programmazione, produzione e distribuzione teatrale

Realizzazione di percorsi educativi e formativi in collaborazione con le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado (..) percorsi di didattica teatrale e inclusione sociale, come visite guidate, spettacoli e laboratori integrati nei curricula scolastici

Attivazione di laboratori di avvicinamento alle arti performative rivolti a bambini, giovani, adulti e anziani

Sviluppo di progetti di teatro sociale e interculturale (…) progetti di ‘teatro integrato’, di ‘medicina narrativa’ e di ‘didattica interculturale’”.

Promozione di processi partecipativi con il coinvolgimento diretto della comunità.

Organizzazione di festival e iniziative culturali di quartiere (…) capaci di valorizzare le specificità del territorio e rafforzarne il senso di appartenenza promuovendo il Teatro come centro di aggregazione e valorizzando anche gli spazi esterni per eventi all’aperto.

Garanzia dell’accessibilità fisica, cognitiva, economica e sociale (….) attraverso l’abbattimento delle barriere architettoniche, l’adozione di strumenti di accessibilità (sottotitolazione, audiodescrizione, facilitazione linguistica), la gratuità delle attività e politiche inclusive.

Utilizzo dello spazio come hub di comunità (…) inteso come luogo aperto e plurale, capace di favorire inclusione, dialogo intergenerazionale e interculturale e sviluppo di reti civiche.

Questo elenco di ambiti e pratiche, che è già per certi versi un progetto, tende a nominare e incasellare le varie attività e sembra lasciare poco spazio, se non alla libertà, alla creatività artistico-organizzativa.

Invadere la funzione delle organizzazioni culturali e delle direzioni artistiche è una tendenza di decreti e bandi (inclusi quelli europei). Ma in questo caso le indicazioni sembrano riprendere il percorso realizzato da ATIR nei dieci anni al Ringhiera e nei dieci di successivo nomadismo nella città di Milano.

Certo non mancano le realtà che a Milano potrebbero fare al Ringhiera cose simili a quelle realizzate da ATIR. Viene da chiedersi però se fosse davvero necessario questo dispositivo burocratico, o se non ci fosse un modo per riconoscere all’ATIR il copyright sulla “visione” di quel luogo, sul rapporto “affettivo” – oltre che culturale – costruito con il quartiere, e pensare a un affidamento diretto .

Tornando al merito del bando e tralasciando molti dettagli (come il suggerimento a collegarsi con “week e palinsesti cittadini”), la funzione socio-culturale è in netta contraddizione con l’indicazione che “le alzate di sipario non potranno essere inferiori a 160 gg/anno”. Come se l’impegno sociale dovesse concretizzarsi soprattutto in borderò. Perché il numero è davvero elevato: sono le stesse giornate che il Ministero della Cultura chiede a un TRIC (con riferimento alla produzione), 30 in più di quelle di programmazione richieste a un Centro di Produzione, 20 in più di quelle richieste a un organismo di programmazione alla fascia più alta (il Teatro Manzoni per esempio).

Ricapitolando, al nuovo gestore del Teatro Ringhiera il Comune di Milano chiede di sviluppare un’ampia gamma di attività su versante sociale, di porsi come punto di riferimento per il quartiere, di dare concretezza alle politiche del Comune di Milano per le periferie e di programmare (e possibilmente produrre) spettacoli come uno dei (grandi) teatri della città. In altri termini, dovrà riempire (e con prezzi agevolati) una sala che si trova al capolinea Abbiategrasso della linea verde della metropolitana, come se fosse un teatro del centro (con analoghe prospettive di riempimento e di incasso) e nel quadro della pletorica offerta milanese.

Oltre a ciò si chiede un affitto, un investimento su arredi e attrezzature e di “illustrare la sostenibilità della gestione, riferendosi al periodo di 12 anni”.

Fede nel futuro

Non sappiamo se, in occasione del prossimo triennio ministeriale, l’organizzazione che gestirà il Ringhiera chiederà al Ministero della Cultura di essere riconosciuto come Centro di Produzione (cosa che peraltro non dà la certezza di un adeguato contributo, considerando anche la crescente presenza in questo segmento di grandi teatri commerciali che drenano una quota maggiore di risorse), e non sappiamo se/quando la sala avrà una convenzione con il Comune. Pare probabile, considerando che il perseguimento dell’interesse pubblico è presupposto del riconoscimento nel Sistema Convenzioni: ma in questo caso quale sarà il contributo corrispondente? La prossima amministrazione, che si insedierà nel 2027, avrà la stessa visone delle periferie?

Sappiamo quali forze, professionalità e quanto lavoro richiedano gli obiettivi e le attività richieste dal bando. E possiamo immaginare i costi complessivi del progetto. A queste condizioni, la “sostenibilità” del Teatro Ringhiera può essere solo un atto di fede: fede nel Comune, nel Ministero, nelle Fondazioni, nel sistema dei bandi…

C’è da chiedersi se negli uffici comunali abbiano una vaga idea dei costi e dei ricavi di un’attività sociale e teatrale e preoccupa il fatto che “una commissione composta da Dirigenti e Funzionari del Comune di Milano valuterà le proposte pervenute”.

I bandi, e soprattutto un bando emanato da una pubblica amministrazione, dovrebbero avere una corrispondenza corretta fra quello che si chiede e quello che si offre. Senza un investimento parallelo sul progetto, le finalità di questo bando sono buone intenzioni o nozze con i fichi secchi. O meglio, sono scelte che rischiano di ricadere sulle spalle dei lavoratori: in un progetto del genere, quale sarà il costo comprimibile, se non il lavoro? Anche perché gli operatori teatrali sono molto bravi a farsi sfruttare e auto-sfruttarsi.

PS. Per prendere un po’ meno sul serio i bandi e gli uffici comunali che li apparecchiano, suggeriamo di approfondire i criteri di valutazione, segmentati in punteggi e sotto punteggi (come ormai abbiamo imparato) e metterli a confronto. Per esempio, la gestione del punto ristoro (che è indispensabile per fare dello spazio un punto di riferimento per il quartiere), vale 1 punto. Il “numero dei posti di platea che il proponente si impegna a mettere a disposizione dell’Amministrazione per ogni ‘prima rappresentazione’, rispetto al minimo di 5 posti richiesti dall’art. 4.2 dello Schema di Convenzione” vale 3 punti. Il “Numero dei posti di platea che il proponente si impegna a mettere a disposizione dell’Amministrazione per ogni ‘replica’, rispetto al minimo di 2 posti richiesti” vale altri 2 punti. Aprire un bar non conviene, meglio distribuire biglietti omaggio alla pubblica amministrazione, dove certamente gli appassionati di teatro sono assai numerosi.

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