Mirko Canevaro, riflessioni attuali sul modello ateniese
Mirko Canevaro, riflessioni attuali sul modello ateniese
Saggi Non è vero che i diritti dell’individuo fossero del tutto sconosciuti alla democrazia greca (Constant, Parigi 1819). Sulla scia degli studi recenti e incalzato dall’oggi, Mirko Canevaro riapre la questione in «L’Atene dei diritti», Laterza
Che cosa differenzia davvero la libertà degli antichi da quella dei moderni? Questa la domanda che campeggia nella famosa conferenza che Benjamin Constant tenne nella Parigi dell’età della Restaurazione (1819), dopo che gli antichi greci e gli antichi romani avevano impregnato per anni l’immaginario degli uomini della Rivoluzione e della controrivoluzione. Constant non aveva dubbi nel tracciare una distinzione molto netta, destinata a diventare un paradigma tutt’ora diffuso: gli antichi non conoscevano i diritti dell’individuo; si illudevano di essere liberi ma erano in realtà schiavi delle leggi; il merito della scoperta dei diritti individuali non può che andare tutto e solo ai moderni. Da allora quest’idea ha permeato la riflessione sul rapporto tra antichi e moderni nel pensiero storiografico come nella teoria politica; lo si ritrova in pieno XX secolo anche in autori molto diversi come Max Weber e Isaiah Berlin o, per restare in Italia, in Benedetto Croce e Giovanni Sartori. Perfino chi considera l’affermazione dei diritti individuali come un errore da condannare (è il caso di Leo Strauss, fautore del ritorno al diritto naturale), dà per scontato che essi siano una caratteristica esclusiva della modernità. Credere all’esistenza di diritti prima del 1400 è come credere alle streghe o agli unicorni, per citare la brillante battuta del filosofo scozzese Alasdair McIntyre.
Andare a caccia di unicorni è proprio la sfida raccolta con grande lucidità da Mirko Canevaro in L’Atene dei diritti (Laterza «Storia e Società», pp. 222, euro 20,00), che combina la padronanza nell’uso delle fonti antiche con uno strumentario teorico e metodologico molto sofisticato. L’introduzione sintetizza in poche pagine un dibattito secolare, confermando, sulla scia di Ronald Dworkin, l’importanza di distinguere tra un modello giuridico imperniato sui diritti soggettivi (che appartengono solo all’individuo) e uno sui doveri (imposti all’individuo), ed esplicitando il proprio approccio storiografico secondo la dialettica etico/emico (tanto cara a Carlo Ginzburg): la ricerca è consapevolmente stimolata da quesiti moderni ma lo scopo è di ricostruire le categorie degli antichi, soprattutto ateniesi.
L’indagine su possibili equivalenti delle nozioni moderne fa emergere anzitutto come termine chiave axia (‘valore’), alla luce della definizione aristotelica per cui si deve considerare giusta quella eguaglianza che non è indiscriminata ma vige in proporzione, appunto, al valore, riconosciuto a ciascuno non solo per i meriti acquisiti ma anche per la sua dignità innata. Naturalmente il criterio con cui si definisce il valore muta al mutare della società e del suo regime istituzionale; mentre in un regime oligarchico il valore viene identificato nella ricchezza e i ricchi pretendono una posizione privilegiata, in uno democratico è posto nella libertà, per cui tutti i cittadini di condizione libera si ritengono eguali. L’axia è quindi ciò che permette di rivendicare la partecipazione alla distribuzione sia dei beni materiali sia della timé, termine tradotto di solito con ‘onore’.
Qui Canevaro affronta di petto un altro paradigma tuttora molto radicato, quello per cui le società fondate sull’onore sono da considerarsi arretrate e pre-moderne; un vero e proprio stereotipo, basato in origine sugli studi antropologici della scuola di Franz Boas e applicato all’antica Grecia da studiosi illustri come Eric Dodds (si pensi alla dicotomia tra civiltà della vergogna e cultura della colpa, tuttora onnipresente nei manuali scolastici). Alla luce di tanti studi recenti, sia di antropologi sia di grecisti (tra cui, soprattutto, Douglas Cairns), l’onore come espressione di una competizione aggressiva a somma zero viene congedato a favore di un’idea più complessa, riflesso del riconoscimento e della stima sociale; inteso così, l’onore è un concetto chiave che attraversa le culture non solo del passato ma anche del presente pur nella varietà di forme, e si intreccia con quei processi di costruzione dell’identità sociale degli individui che stanno tuttora al centro della riflessione di sociologi e filosofi (come Axel Honneth). Canevaro dimostra come proprio il termine timé sia usato per indicare quei diritti che l’individuo può rivendicare sotto la protezione della legge; timé è il vero equivalente della nostra categoria di «diritti soggettivi».
Rispetto alla nozione moderna, tuttavia, in quella greco-antica il focus non sta tanto nel rapporto tra individuo e Stato perché i diritti vengono rivendicati nei confronti del prossimo, nel contesto delle norme condivise dalla comunità. Peraltro timé è un concetto flessibile, poiché a seconda del ruolo trascina con sé anche comportamenti onorevoli verso il prossimo, implica cioè dei doveri verso gli altri. Nel pensiero etico e giuridico greco, insomma, né l’individuo (come nell’odierna concezione liberale) né la comunità (come nelle concezioni di tipo organicistico) hanno priorità assoluta; è l’interazione sociale, garantita dalle leggi, a far emergere diritti e doveri.
Un’altra differenza significativa che Canevaro pone in risalto è che tali diritti non sono mai intesi come universali; infatti anche nelle democrazie più radicali dell’antica Grecia permane, purtroppo, l’esclusione nei confronti degli schiavi a cui non si volle mai riconoscere giuridicamente una propria timé. E tuttavia, perfino con gli schiavi si sviluppano relazioni sociali che pur nella evidente disuguaglianza lasciano uno spazio al riconoscimento, pena l’impossibilità di una qualsiasi interazione tra padroni e schiavi; questo spiega quell’autentico paradosso che è la legge ateniese che vietava la hybris (una forma di violenza che nega l’onore dell’altro) anche contro gli schiavi.
La trattazione si caratterizza per una apprezzabile chiarezza e non indulge né a banalizzazioni né a gerghi settoriali, permettendo così anche al lettore non specialista di seguire il concatenarsi serrato delle analisi e argomentazioni senza smarrirsi. E l’unicorno, alla fine, è stato trovato. Un unicorno che induce a ripensare con rinnovato vigore alla necessità di decolonizzare dall’etnocentrismo occidentalista non solo gli studi classici ma il tema stesso dei diritti.